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sabato 31 marzo 2018

Freud e il Pensare Positivo

Il pensare positivo, che da molti anni ormai domina la scena della crescita personale, è una tecnica che promette di farci raggiungere il successo. Alla base, vi è l'idea, mai messa in evidenza, che il nostro inconscio abbia capacità illimitate e sia perfettamente in grado con i suoi potenti mezzi di farci arrivare dove vogliamo.
Pensare positivo significa visualizzare i nostri desideri come fossero già realizzati, ignorando tutti gli ostacoli inevitabilmente disseminati lungo il cammino, e concentrandosi sul risultato. L'inconscio verrebbe in tal modo ingannato e si comporterebbe di conseguenza.
L'idea alla base sembrerebbe piuttosto banale e forse anche un po' infantile, nonostante ciò al giorno d'oggi non esiste campo o disciplina che non si avvalga di tale tecnica, e tutti i professionisti della crescita personale la propongono costantemente come una specie di panacea. 
Ma cosa ne penserebbe il padre della psicanalisi? Quale potrebbe mai essere la posizione di Freud su questo tema se fosse ancora tra noi?
Tra i suoi scritti si trova qualcosa che potrebbe tornare utile a capire il suo orientamento. Egli si esprime in merito alla comunicazione tra inconscio e conscio e dice che
"l'inconscio influenza e condiziona costantemente il preconscio e potrebbe a sua volta essere soggetto all'influenza del preconscio"

Quest'ultima affermazione viene formulata come qualcosa di paradossale, o quasi.
Sappiamo che l'inconscio si lascia influenzare dall'ambiente e in proposito Freud dice che
"tutte le vie che vanno dalla percezione all'inconscio rimangono aperte".

Poi dice qualcosa di estremo interesse, e cioè che
"l'inconscio di una persona può reagire all'inconscio di un'altra eludendo la coscienza".
In pratica ogni volta che comunichiamo con un nostro simile, i nostri inconsci dialogherebbero a nostra insaputa.
Ma veniamo al punto centrale cioè l'eventuale influenza della coscienza sull'inconscio. A questo proposito Freud si esprime così:
"Non sappiamo esattamente fino a che punto i processi del sistema cosciente possano esercitare una diretta influenza sull'inconscio; lo studio dei casi patologici rivela un'autonomia e una non influenzabilità dell'inconscio quasi incredibili. Tuttavia la psicanalisi mostra che tale influenza, per faticosa che sia, non è impossibile. Possiamo in ogni caso affermare che la spontanea alterazione dell'inconscio ad opera del conscio è un processo difficile e lentissimo".
Senz'altro, la sua analisi si accorda con quello che avviene quando si acquista un'abilità nello sport, nella musica o in qualunque altro tipo di attività. In questi casi è vero che l'azione cosciente ripetuta all'infinito crea un automatismo inconscio, ma l'intero processo è, per l'appunto, difficile e lentissimo.
Possiamo dunque sospettare che il padre della psicanalisi non sarebbe un accanito sostenitore del pensare positivo e che anzi probabilmente considererebbe tale fenomeno come un'interessantissima regressione verso ciò che egli definiva la tecnica dell'animismo, cioè la magia. 

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