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martedì 22 maggio 2018

La buona notizia è che siamo solo macchine che processano dati



La Storia è una concatenazione di fatti, ciascuno dei quali rappresenta l’effetto di una causa precedente e la causa di un effetto successivo. A patto di conoscere tutti gli elementi che entrano in gioco, il susseguirsi delle vicende umane è prevedibile e questo appare tanto più evidente quanto più ci poniamo in una situazione di distanza: da una prospettiva molto elevata risultano chiari, ad esempio, i corsi e ricorsi storici. Ma se ci avviciniamo diventa tutto offuscato, complicato, difficile e imprevedibile.
Eppure, anche a questo livello è la matematica a determinare i fatti.



Un giorno forse arriveremo al punto di manipolare noi stessi così come facciamo con i gas o con i geni nei laboratori di biologia molecolare; quel giorno non avremo più scuse, ma fino ad allora possiamo continuare a fingere di essere imprevedibili, perché il libero arbitrio non può essere ridotto a una mera equazione, altrimenti non sarebbe né libero, né arbitrio.

Certe cose però fanno riflettere:

Edward Grey
Londra, dicembre del 1912, due anni prima dello scoppio della Grande Guerra. 
Il ministro degli esteri inglese sir Edward Grey, incontra l’ambasciatore tedesco il principe von Lichnowsky e gli comunica i suoi timori riguardo al futuro: Grey afferma che, nel giro di qualche anno, l’Austria potrebbe attaccare la Serbia e in quel caso la Russia, spinta dall’opinione pubblica, marcerebbe sull’Austria costringendo così la Germania ad andare in soccorso degli Asburgo. A quel punto anche la Francia sarebbe inevitabilmente coinvolta.
Come sappiamo, le previsioni di Grey si avverarono alla lettera, ma la cosa impressionante è che a determinare la catena di eventi che portò allo scoppio della guerra, fu un atto terroristico, un evento cioè apparentemente imprevedibile; e ciò dimostra che l’assassinio dell’erede al trono degli Asburgo non ebbe in realtà alcun ruolo determinante. Se l’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando non fosse andato a buon fine, la guerra sarebbe scoppiata lo stesso perché era inevitabile.

Ma allora dove si colloca il libero arbitrio in questa ineluttabile catena di cause ed effetti?

Cambiamo prospettiva e caliamoci nella dimensione temporale umana, in quella zona cioè in cui l’illusione del libero arbitrio è più forte.
A metà degli anni Sessanta un fatto di cronaca sconvolse l'America.

Charles Whitman
1º agosto 1966, poco dopo la mezzanotte.
Un ex marine di nome Charles Whitman si alza, va nel letto dove dormiva sua madre e la strangola con un tubo di gomma. Poi torna in camera, si avvicina alla moglie addormentata e le sferra cinque coltellate. Sul tavolo, lascia una lettera che aveva scritto il giorno prima.
In tarda mattinata, esce di casa diretto all’Università del Texas. Parcheggia, prende alcune borse dal baule e confondendosi con gli studenti si introduce nella torre dell’Università. Arrivato in cima al ventottesimo piano, uccide la receptionist colpendola alla testa con una sbarra di ferro, raggiunge la terrazza panoramica e alle 11:45 comincia a sparare sulla folla sottostante. Nei 96 minuti successivi Whitman esplode 46 colpi di fucile, tutti a segno. Uccide 16 persone e ne ferisce 30 fino a quando, intorno alle 13.30, due poliziotti, Houston McCoy e Ramiro Martinez, riescono a penetrare nella terrazza, sorprendendo l’omicida alle spalle ed uccidendolo con due colpi alla nuca.

Quando gli inquirenti trovarono la lettera lasciata sul tavolo di casa, scoprirono che Whitman aveva pianificato tutto con cura e che era consapevole del fatto che sarebbe stato ucciso. Una frase di quella lettera attirò in particolare la loro attenzione:
“dopo la mia morte desidero che sia effettuata un’autopsia per verificare se sia presente qualcosa di anomalo e visibile nel mio cervello.”


Incredibilmente venne fuori che Whitman aveva ragione. L’autopsia rivelò un tumore grosso come una noce nel sistema limbico, la zona del cervello che controlla le emozioni. Si trattava di un glioblastoma multiforme dell’emisfero cerebrale destro, che partendo dal talamo, infiltrava l’ipotalamo e si estendeva nel lobo temporale fino a comprimere una struttura chiave del comportamento umano: l’amigdala.

L’amigdala è il centro della paura e dell’aggressività. Il tumore premeva sull’amigdala attivandola di continuo. Charles Whitman non poteva essere responsabile delle sue azioni ma al contrario, dato che il tumore lo teneva in un costante stato di paura e aggressività, ne era egli stesso vittima.

A questo punto parte una pletora di domande:

Quando non siamo colpiti da un tumore che produce dentro di noi uno sconquasso emozionale, siamo davvero liberi di scegliere le nostre azioni? 
Le predisposizioni caratteriali determinate geneticamente, possono agire sul nostro comportamento come il tumore di Whitman? 
Il condizionamento culturale che subiamo dalla culla alla tomba, può agire sul nostro comportamento come il tumore di Whitman? 
Ammesso di poter togliere queste potenti fonti di condizionamento, siamo sicuri che poi rimanga ancora qualcosa?
Cosa vuol dire essere responsabili delle proprie azioni?
Quanto c’è di umano nella dichiarazione dei diritti dell’uomo, nel crollo del regime comunista o nell’infanticidio di Anna Maria Franzoni?

Se pensiamo di essere diversi da Whitman, probabilmente ci sbagliamo. 
Il nostro comportamento non è determinato da un tumore, ma sappiamo di essere nati con gusti e tendenze che non abbiamo scelto. Sappiamo che l’ambiente esterno ci condiziona continuamente. Geni e ambiente agiscono nella stessa misura del tumore di Whitman e rappresentano le cause del nostro comportamento così come la gravità è causa dell’orbita lunare attorno alla terra.
 

Ciò che risulta evidente da una prospettiva storica, cioè che i fatti umani su larga scala sono una serie di cause ed effetti prevedibili a patto di conoscere tutte i fattori in gioco e le leggi che li muovono, è vero anche da una prospettiva personale.

Perciò la buona notizia è che non siamo responsabili dei nostri fallimenti perché siamo solo macchine che processano dati.

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